Divergenze di opinioni o mancanza di opinioni?!

Non sono molto presente sul blog, un po’ per pigrizia un po’ per mancanza di lettori (che deriva a sua volta dalla pigrizia per cui non “sponsorizzo” abbastanza il blog. Basterebbe scrivere a caso più spesso tette, fica, culo, tettone per vedere arrivare qui per sbaglio un sacco di gente, l’ho già fatto e lo so).

Ad ogni modo adesso sono in ferie, in ferie a Parigi in agosto, con la nuvolosità variabile tipica delle ferie a Parigi in agosto, e vorrei andare a fare un picnic al parco ma temo pioverà quindi scrivo un post.

Non sono una persona socievole e non faccio molta vita sociale qui, quindi non conosco molti francesi autoctoni, a parte il mio capo che meriterebbe un post a sé e lo avrà.

Detto ciò ogni tanto mi capita di uscire con dei francesi amici di amici e conoscenti. Tutte le volte resto sorpresa (per dirla con elegante understatement francese) dalla loro completa mancanza di opinioni personali.

Per non essere troppo drastica va detto che non siamo troppo intimi e forse gli sfoghi accalorati sulla politica, i Francesi, popolo più rilassante e educato di noi, li tengono per gli amici più prossimi. Ad ogni modo in una conversazione tipo il francese tipo si tiene saldamente ancorato ai fatti. Parla delle cose, come stanno. Le descrive, direi. Senza apparentemente aggiungere un briciolo di farina del suo sacco.

Ci si può chiedere in effetti se queste persone tanto piene di tatto ed educate abbiano mai fatto i cosiddetti e controversi “temi di opinione”. Che in Italia sono croce e delizia, perchè poi in effetti cosa valuti, il tema o l’opinione?! Ad ogni modo noi, fin dalle elementari eravamo esortati a dire “le nostre  impressioni” (salvo poi beccarsi un cinque perchè la Corazzata  Potemikin ci ha annoiato).

All’ultimo anno di università, facendo studi di letteratura francese, mi sono trovata davanti lo scoglio dei maturandi francesi: la dissertation. Ora io non so se i principi siano ancora gli stessi, però fondamentalmente la dissertation ci venne spiegata così:

Tu hai un soggetto, che può essere letterario o di attualità, e lo devi sviluppare. Senza MAI parlare in soggettiva o dire che secondo te. Si utilizza al massimo il “noi”, ma è bene mantenersi neutrali. Tesi, controtesi, conclusione. Devi convincere chi legge a pensarla come te, senza dirgli come la pensi. Ed è un’arte retorica molto raffinata, che richiede un’attenta pianificazione dello scritto, non come me ora che scrivo di getto.

Questa formazione al pensiero si riflette nelle conversazioni più quotidiane, che pattinano disinvolte sulla superficie dei soggetti senza avvicinarsi al cuore rovente del coinvolgimento personale.

Un esempio di due approcci differenti all’espressione di opinioni, francese e italiano, sono i miei amati libri. O meglio, le critiche ai miei amati libri, su due social network dedicati, Libfly e Anobii.

Il libro è “American Psycho”, di Breat Easton Ellis, a entrambi i lettori non è piaciuto (e neanche a me).

Sentiamo il lettore italiano:

” … io dopo un po’, a furia di leggere descrizioni di capi d’abbigliamento comprensivi di marche e dettagli che manco sul numero più esagitato di un qualsiasi periodico femminile, mi sentivo mancare e hop! saltavo interi paragrafi a pié pari. (…)Perché, in effetti, mi chiedevo quanto lavoro di “studio psicologico” ci fosse dietro certe tirate tipo flusso di coscienza. Pochino, mi sa.
Piuttosto che accettare una doppia personalità la cui presenza sta alla letteratura come le cacche di piccione stanno ai monumenti (ià, e bast’! Da Seneca a Stevenson, passando pure per Calvino… n’altro po’ e anche mia nonna scrive un libro dove c’è uno che pare buono e invece è cattivo – e viceversa), attribuendogli un’immaginazione urlante e disfatta -un bimbo esasperato- a cui è affidato il compito di processare il progressivo svuotamento di significato di un certo tipo di società, penso di aver avuto pietà del personaggio e ho ricomposto la sua salma con grazia dopo che l’avevo già assassinata, diciamo. (quest’ultima frase contorta mi è scappata via dai diti, giuro che non volevo!)”

La recensione è in realtà lunghissima, ne ho messo un pezzetto solo.

Ora sentiamo il lettore francese:

Voici un livre qui permet de re-regarder Orange Mécanique en étant complètement détendu. En un mot c’est TROP…violent et gratuitement bien sûr, gore, sale, glauque Je dois être trop optimiste quant à la nature humaine et ce livre m’a simplement choquée, il écrit pour moi comme on se retrouve la tête dans la cuvette des toilettes après une intoxication alimentaire…et que l’on trouve que ça dure…TROP longtemps. A feuilleter avant !

E la recensione è tutta qui. Arancia meccanica in confronto è rilassante, il libro è pieno di violenza gratuita e pessimista sulla natura umana. L’autore scrive come uno che infila la testa nel water durante un’ intossicazione alimentare che dura troppo (menzione d’onore per l’immagine!!).

Anche lui commento negativo e caustica, ma sintetico, elegante e distaccato, come questo post non è. Entrambi arrivano alla stessa conclusione: meglio farselo prestare o sfogliarlo prima di leggerlo, però uno ci arriva con righe e righe di ironia e sarcasmo, l’altro con tre righe di storcinaso.

Ecco qui, lo scontro culturale.

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Le grandi paure gastronomiche dei Francesi.

Le grandi paure gastronomiche dei Francesi sono due: le olive e i peperoni. In realtà ascrivibili alle due somme fobie del francese a tavola: inghittire un nocciolo e il cibo piccante. Lavorando in un ristorante ho infatti il privilegio di poter osservare minuziosamente le abitudini alimentari del Francese e di quella affascinante sottotipologia costituita dal Parigino/a. Il ristorante dove lavoro è di cucina tipica francese casereccia (genere hachis parmentier o boeuf bourguignon, per intendersi) e  in genere propone piatti inoffensivi come per l’appunto l’hachis parmentier o la brandade de morue, che non pongono particolari scogli degustativi ai nostri affezionati clienti. I nodi vengono al pettine nel momenti in cui vengono proposti dolci con frutta a nocciolo (vedi clafoutis con ciliegie o prugne) o pollo alle olive. La moria di olive che fotto alla poubelle tutti le volte è uno sputo in faccia alla miseria, soprattutto per me che le olive le adoro. Scene particolarmente comiche si verificano quando viene proposto il chili con carne, in versione soft, naturalmente. Ogni-OGNI-singolo cliente mi chiede se, e quanto è piccante. E’ altresì spassosissimo vederli avvicinarsi al piatto con fare cauto da artificieri alle prime armi. Però , in virtù del fatto che il chili è veramente poco piccate, non si sono avute lamentele.

Le cose si complicano quando il mio capo decide di fare il POULET BASQUAISE (il pollo basco) che contiene in sè due ordigni altamete pericolosi per  il palato francese: i PEPERONI e IL PROSCIUTTO. I peperoni va da sè che sono l’anticristo per il Parigino, che odia tutti quei gusti forti, aciduli o piccanti, una gamma che va dal peperone al curry al peperoncino all’arancia. Il Parigino teme i peperoni a tal punto da chiederti se ci sono o no anche a proposito della macedonia (le cui arance verranno sicuramente abbandonate a fluttuare tristemente nella coppetta). Il secondo elemento di rischio è  dato dal prosciutto (o il maiale in generae) in quanto tanti, tantissimi sono i Francesi che mangiano RELIGIOSO. Vuoi che sia musulmano o che sia kosher, il maiale non è ben visto in entrambi i casi, e musulmani ed ebrei qui sono veramente, ma veramente tanti. Io, da nativa della terra dei prosciutti ci ho messo un po’ a rendermi conto. Il mio capo, poi, che grattugerebbe il maiale anche sul tiramisù, è decisamente un francese atipico e nutre un astio particolare (seppur sempre velatissimo) nei confronti di chi mangia religioso o dei VEGETARIANI. I vegetariani sono il fulcro del suo odio professionale, lui che ama tutti quei piatti grezzi e supercarnivori della cucina popolana francese tradizionale (vedi BOUDIN NOIR, laddove non si parla di budino fondente ma di sanguinaccio), una categoria che gli strappa sibili di biasimo mentre si accinge a preparagli piatti di fagiolini e riso in bianco. Poi, nella lista delle categorie di rompini francesi seguono le ANORESSICHE. Regina della categoria è DOGGY BAG, una ragazza altrimenti molto simpatica e gradevole che dopo aver tormentato il suo cibo per circa un’ora dice che deve andare e si fa incartare la poltiglia in vaschetta. Gnam.

Lavorare al ristorante mi ha reso molto più osservatrice di elementi e aspetti che altrimenti non avrei notato: il modo in cui le persone issano il cibo sulla forchetta e poi lo appiattoscono col coltello fino a fargli acquisire una certa stabilità, prima di infilarlo in bocca, per evitare che cada dalle parti, cosa che in effetti è un po’ antiestetica. Ricordo le preferenze e i gusti di una buona fetta di clienti: so chi non mangia il maiale, chi vuole il pesce al venerdì, chi ha paura delle olive, chi è a dieta e mangia troppo pane.

A volte mi sento alla mensa dell’asilo.

In tutto ciò adesso sono in ferie, e in Italia, e questo post prova chiaramente la mia nostalgia.

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Tate al parco o L’apartheid fisiologico delle tate.

Come tutte le tate da Santa Mary Poppins in poi porto le marmocchie al parco (se potessi lo eviterei, ma qui il sole splende spudoratamene da tre mesi).I parchi qui in Baguettelandia si chiamano “square”, sono dei veri e propri recinti dove è proibito l’ingresso ai cani, ai giovinastri e agli adulti non accompagnati da bambini. Solo bambini, mamme incinte e tate. Come polli in batteria. Il suolo è ricoperto di sabbia,c’è sabbia dappertutto così i bambini possono riprodurre quella fastidiosa sensazione di scricchiolio sotto i piedi in casa per tutto l’anno, non sono quando vanno al mare, evviva!! C’è da dire che qui tutti si preoccupano molto meno che i bimbi non si sporchino o che non sporchino casa, l’atteggiamento è molto più rilassato.

Seduta sulla mia brava panchina, dopo aver immerso le bambine nella panatura, lasciandole riposare per qualche ora, non ho altro da fare che guardarmi intorno. Quanto può essere noioso un posto dove ci sono solo tate, donne incinte, donne che allattano e marmocchi?!

Ma la fine antropologa che è in me giustamente sceglie come soggetto d’interesse le sue simili, tra l’altro si impara un sacco, e io sono una tata di primo pelo.

La prima cosa che salta all’occhio, allo square, è la disposizione per sfumature cromatiche degradanti.

A destra, là la bancata delle NIGGA CHICKS, dette anche EBONY BEAUTY: le tate nere. Sono molto numerose. Io personalmente se avessi un pargolo qui gli prenderei la più enorme tata nera che mi fosse possibile trovare. Sono in genere piuttosto robuste, e nessuna michelle,jerome, augustine o aurelien osa mai sottrarsi al loro barrito tonitruante, quando è ora di andare a casa. Pena essere sollevati per il collo della maglietta come un cucciolo di ghepardo. Ammirevole la postura da regina africana, la capacità mai abbastanza invidiata di issarsi il bambino urlante in spalle, legare l’altro sul passeggino e portare le borse della spesa senza perdere un briciolo di eleganza, con il capo perfettamente eretto,e camminando come se scivolassero sulle acque.Sono molto solidali tra loro, si spidocchiano (tutte le tate hanno avuto i pidocchi, anche io, è inevitabile), si aggiustano le extensions e si aiutano a fare la dichiarazione dei redditi

Si, sono invidiosa.

La bancata di fianco è ASIAN, per lo più giapponesi, direi. In realtà quelle credo siano mamme, perchè i bambini sono in pendant (dello stesso colore, mentre invece  le EBONY sono in gradevole contrasto con i biondissimi bambini gallici). La loro particolarità è che nessuno emette praticamente rumore. I bambini emettono qualche squittio e le mamme leggono, con cappelli enormi ed ombrelli per ripararsi dal sole. Nessuna protesta quando è ora di andare a casa. Mai.

Segue la bancata GRANNY. Qui sono le nonne, o le tate più agées. Bianchi caucasici, tutti. Le nonne sono un po’ più apprensive delle tate, offrono in continuazione cibo e acqua ai bambini infastiditi.

A fianco la categoria PREGNANT, le mamme che sono a casa in maternità e portano a spasso pargoli e pance. Sembrano balene rosa spiaggiate. Sembrano anche molto felici in verità. Una particolarità: qui i figli unici sono rarissimi. In genre i bambini nascono a grappoli ravvicinati, con uno o due anni massimo di differenza, da due a quattro cuccioli.

E infine noi, le LATINAS CHICKS!! Un misto di tate miscellanee, per lo più sudamericane, ma con qualche infiltrata italiana (io) e balcanica (Ex Yugoslavia per lo più). Non solidarizziamo tanto, ognuna si fa gli affari suoi, i bambini sono scatenati perchè non siamo abbastanza grosse e autorevoli. Invece di leggere fissiamo ansiosamente i bambini temendo che succeda l’irreparabile. Botte e violenza (subita) all’ora di andare a casa. Quando, ansimando con una pupa in braccio, il monopattino su una spalla, zaino con secchiello e paletta sull’altra, corro maldestra per recuperare l’altra carognetta, guardo con invidia Queen Latifah e Mama Cass che scivolano altere con il loro seguito di bambini mansueti e composti, manco fossero il pifferaio di Hamelin.

Noire Nounou

 

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Bidet blues.

Adoro Parigi. Sono entusiasta di Parigi. Sono innamorata di Parigi, immensamente grata per tutto quello che mi offre. Ogni tanto però mi prende la malinconia dell’emigrante e mi devo lamentare di qualcosa che non c’è. Parigi offre tantissimo, cose che neanche sapevo di volere e ora voglio, è un vero paradiso/inferno del consumatore. Tra le mie nuove entusiasmanti scoperte:

1) Il crumble aux fruits rouges

2) Le compotes de pommes:

3) Il burro di arachidi:

4) i negozietti vintage del Marais, dove mi rovinerò presto:

Questo è il mio preferito, l’unico alla portata delle mie tasche in verità.

Ci sarebbero mille altre cose ma non voglio farvi rosicare troppo (i mercatini delle pulci, le crepes confezionate da portare in borsetta, il succo di mela, la metropolitana, la tartiflette).

Però , e qui vi riconfortate, quando una cosa non c’è, non c’è.

Non c’è:

Una buona pasta ripiena che non costi un occhio (a volte costa un occhio e fa schifo lo stesso).

Una libreria italiana che venda libri di autori non italiani tradotti in italiano (ci sono solo librerie con autori soli italiani).

Un buon cuscino. Qui i cuscini sono o piatti a frittella, spessore mezzo centimetro,o a salsicciotto lungo, per due.

Il bidet. Ovviamente non c’è il bidet. E mi manca, oh come mi manca. La mia nostalgia di casa e la mia voglia di piagnisteo, il mio occasionale disagio, la mia stanchezza, a volte, del dover interpretare l’italiana divertente sempre, si concretizzano e si riassumono in una struggente nostalgia del bidet.

Il bidet non solo per lavarsi il culo. Per fare i pediluvi ai sali quando hai i piedi stanchi. Per posarci le zampe quando ti ci dai lo smalto sopra, o ti depili le gambe (o anche qualcos’altro). Sembra poco, ma quando ti prende il bidet blues non pensi ad altro.

(a onor del vero qui a Parigi un bidet l’ho trovato, e ora gli faccio un po’ di pubblicità: hotel lafayette, rue lafayette 198, 75010 Paris, alberghetto piccolo supereconomico e confortevole, col bidet in camera, mia prima dimora parigina <3 )

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Kosherville e la cacca ortodossa francese.

Mi sono da poco trasferita: sissignori, ho finalmente lasciato la mia amata/odiata chambre de bonne 16 metri quadrati vista Champs Elysées, dove stavo, in conformità alle tradizioni bohémien francesi, contraendo la tisi e forse anche lo scorbuto. Per sfuggire alla tisi (e alla lotta di classe, e all’aministrazione di destra, e alla upper class parigina, e ai turisti, e a Lady Gaga, e all’ora di punta sul metro 1) mi sono agevolmente trasferita in un arrondissement a me più consono: il 19esimo. Il 19esimo è un quartiere medio borghese tranquillo, mediamente lontano/vicino dal centro, il cui punto d’attrazione principale è il parco di Buttes Chaumonts:

Il parchetto dietro casa. Sì, ne vado molto fiera.

Un’altra caratteristica del quartiere è che è abitato da tantissimi ebrei a vari stadi di ortodossia: lo stadio “in borghese”, lo stadio “papalina” lo stadio “cappellone e barbona”, lo stadio “cappellone, barbona e ricciolini unti ai lati del viso”. C’e quindi una grande attenzione alla dieta kosher. C’è una pizzeria kosher, un sushi bar kosher, un supermercato kosher dove puoi acquistare anche menorah e candele da preghiera per lo shabbat e i dolci italiani “Fornetto Genovese”, inspegabilmente importati con il patrocinio di una multinazionale di Israele.

E’ bizzarro vedere persone così legate a tradizioni religiose in un paese come la Francia, che così a pelle trasuda laicità da tutti i tombini. Parigi specialmente è così artistoide e radical chic che se l’integralismo c’è è ben nascosto (così mi pare finora).

Ma a ben rifletterci, in reatà, c’è una cosa su cui i francesi sono molto ortodossi, trasversalmente all’etnia  e alla religione: la cacca, ovvero la scottante questione del “wc séparé”.

Il wc séparé è quel fenomeno per cui anche il borghese più upper class-bene, con la vasca idromassaggio e i pavimenti marmorizzati, va a fare la cacca in uno sgabuzzino non riscaldato, angusto, senza finestra e rigorosamente lontano da qualunque fonte d’acqua alla quale indirizzarsi nell’immmediato per lavarsi il culo. No. Il francese cacca-ortodosso fa la cacca, si pulisce con la carta culo (che qui effettivamente sembra quasi di pile), non si lava, si tira su tutto l’ambaradan e poi, eventualmente attraversa la casa per andare a fare una doccia. In caso di diarrea la traversata può compiersi anche a brache calate, con la famosa “camminata del pinguino”. Ma che NON SIA MAI che hai il water nella stessa stanza della doccia (che, in assenza di bidet resta l’unica alternativa per una corretta manutenzione della flora di tarzanelli dell’area boschiva “laggiù”). No. C’è una sorta di inibizione/ autopunizione nel contemplare l’atto della cacca dal punto di vista del design d’interni, qualcosa di vagamente vittoriano nel contrasto tra la salle de bain accogliente e il wc spartano.

Ora. A me fare la cacca piace. Ci voglio i miei confort. La vita è breve e bisogna goderne ogni attimo

Nel mio nuovo sfarzoso studio di 25 metri quadrati dispongo di un bagno di circa 5 metri quadrati dove, meraviglia, hanno avuto l’ardire di tirare su un muro di tramezzo tra il wc e la doccia/lavandino. La meraviglia parigina è la porta basculante che se aperta in un verso chiude il wc, e nell’altro chiude la salle d’eau…. e non si chiude decentemente in nessuna delle due direzioni: o resta aperta o apre una fessura inquietante dalla quale manca solo di veder spuntare Jack Nicholson che urla “Wendy!!!!”

 

Fortunatamente, però, trattandosi di una casa “povera” il piccolo termosifone della “salle d’eau” riscalda efficacemente anche il wc, rendendo l’atto di fare la cacca meno punitivo e triste di quanto la cacca-ortodossia francese non ammetta.

Non riuscirò mai a integrarmi in questo paese :)

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La sindrome dell’ Immigrata Sudamericana o Hola amigos sono italianas, olé!!

Dopo due mesi di permanenza a Parigi mi sento di poter affermare  con piena cognizione di causa una cosa: i parigini non sanno bene dov’è l’Italia. O cos’è.

La reazione tipo del francese /parigino tipo quando viene a sapere che sono italiana è:

1) Inizia SUBITO  a parlarmi in SPAGNOLO. Senza il minimo tentennamento. Hola segnorita.Vabbè.

2) Inizia a evocare nostalgico la pasta, la pizza, la mafia e la paella. Perché non il flamenco, dico io. O la yakuza.

Vaglielo a spiegare che da dove vengo io in inverno sembra di stare in Scozia.

Cioè, io le prime volte ci provavo pure eh. Ma poi ho rinunciato.Alla decima volta che ti ripetono che il tuo sorriso è un raggio di sole mediterraneo (che non è neanche un brutto complimento, tutti malandrini sti francesi), inizi a sentirti una specie di Sofia Loren ispanica.

Mi sono calata nel personaggio.Mi sono pure cresciute le tette. Indosso vivaci e aderenti vestiti a pallini, canto in continuazione (questi popoli latini hanno la musica nel sangue), sculetto un sacco e ho nostalgia della mia patria calda e assolata (ma dove?!). Se mi chiamano Encarnacion magari comincio anche a rispondere.

Non lo faccio mica apposta. E’ che mi hanno convinto.

Quando sono venuta qui pensavo all’integrazione, si. Magari non con Santo Domingo, ecco.

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Neronda la Tata e il Volto dell’ Infanzia Oltraggiata.

Da una settimana, non contenta di essere la cameriera più maldestra della gaia Paris, ho deciso di distribuire imbranataggine anche in altri settori (anche perchè bisogna arrivare a fine mese). Sono quindi diventata una tata, o “nounou” come si dice qui. Qui in Baguettelandia, nella gaia Paris, tutti i bambini dalla medio borghesia in su vengono cresciuti dalle scuole e dalle tate, con una predilezione per la tata neggra stile Mamie di “Via col vento”. Nonostante io non sia “nigga” e cicciona, ho comunque trovato una simpatica famiglia che desidera usufruire dei miei servizi. La famiglia presso la quale lavoro abita a Boulogne, banlieu residenziale borghese vicino al famoso Bois. La particolarità di questa zona è la caratteristica edilizia in stile “riviera romagnola”. Come Rimini ma senza il mare e le piadine, vale a dire enormi condomini nuovissimi, quadratosi con lunghi balconi con ringhiere bianche in puro Gatteo Mare Style.

Le bambine di cui mi occupano, deliziose in occasione del primo colloquio si sono rivelate pubblicità ingannevole: una volta estratte dalla confezione ecco due piccoli e compatti agglomerati di pura isteria femminile in formato tascabile. Bisogna anche precisare che i bambini francesi ricevono un’educazione ben diversa da quella dei bambini italiani: niente carboidrati, niente zuccheri raffinati, niente dolci, niente televisione o dvd. Senza l’aiuto di questo oppio degli infanti mi trovo davanti due  sveglissime e precoci erinni pronte a rotolarsi per terra se non le porto IN BIBLIOTECA. La più grande, che chiameremo Aurora per la sua predilezione per la principessa omonima, è una deliziosa biondina dalle lunghe ciglia e dai lunghi boccoli, tanto dolce e remissiva con i genitori quanto violenta e sanguinaria con me. L’unico modo per chetarla è raccontarle storie a presa continua. Se anche solo mi fermo per respirare scateno immediatamene la vigorosa protesta. altra sua peculiarità è che è una piccola manipolatrice, sa di essere carina e tenerosa e se ne approfitta. Ogni volta che viene contraddetta inalbera il VOLTO DELL’INFANZIA OLTRAGGIATA: un faccino degno degli spot del telefono azzurro o dei reportage sulla violenza sui minori, magari solo perchè non le lascio guardare i Barbapapà. Adora le fiabe, fa il tifo per i cattivi specie Barbablù, e il suo gioco preferito è fare la matrigna mentre io faccio Cenerentola e lei mi da gli ordini con aria bisbetica.

La più piccola, detta Crincesse per la sua incapacità di pronunciare “princesse”, parola dalla quale è ossessionata, è in realtà tranquilla e mansueta, ma se messa a contatto con la sorella maggiore è come paglia di fianco al fuoco. Ha inoltre rapporti travagliati con la legge di gravità e una sorta di attrazione magnetica per gli spigoli vivi. Piange più o meno per qualcunque cosa (l’acqua del bagno è troppo calda/fredda, ha del cibo sulla lingua-e come ci sarà finito!!) ma in genere smette subito se presa in braccio o munita di un bicchier d’acqua.

Ora. Domani sera dovrò metterle a letto io. Sarà una sfida all’ultimo sangue.

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